Nelle campagne della Baronia, il racconto di una scelta controcorrente che si misura con il ritmo delle stagioni
Ci sono persone che non sentono il bisogno di raccontarsi troppo. Preferiscono lasciare che siano le cose a parlare per loro: un campo, una pianta, una tavola apparecchiata senza troppe cerimonie.
È la sensazione che ho avuto incontrando Pina Longarella, carifana di origine e oggi anima dell’azienda agricola IrPina di Castel Baronia, nelle luminose campagne della Baronia irpina.
Pina all’inizio appare seria, quasi misurata. Poi, mentre la conversazione prende ritmo, si lascia andare a qualche battuta che tradisce la sua iniziale aplomb. Un sorriso rapido, trattenuto, come se non volesse concedersi troppo facilmente alla scena. È una donna determinata, ma senza bisogno di dichiararlo. Lo capisci mentre cammina tra i campi, indicando una pianta, un filare, un pezzo di terreno che per lei ha una storia precisa. E con gli occhi che le brillano per la passione.
E soprattutto lo capisci quando racconta perché ha deciso di fare tutto questo. Perché la sua non è la storia agricola più prevedibile. In un’Irpinia dove spesso i giovani scelgono di partire per cercare altrove opportunità e stabilità, Pina ha fatto la scelta opposta: restare e costruire qualcosa proprio qui, tra queste colline. La terra non l’ha ereditata. L’ha scelta.

Un paesaggio che va conquistato
L’azienda si sviluppa attorno a un casale immerso nella natura, diventato nel tempo il centro operativo delle attività agricole.
È una costruzione accogliente, luminosa, con il legno che domina gli interni, un grande camino e un tavolo imponente di quelli che sembrano fatti per ospitare lunghe conversazioni e tavolate generose.
Da qui si diramano i campi. Complessivamente l’azienda conta circa quindici ettari, distribuiti tra terreni che circondano la tenuta e uliveti poco distanti. Ma basta fare pochi passi fuori dal casale per capire che coltivare qui non è affatto semplice.
Il terreno è scosceso, con pendenze improvvise che rendono il lavoro più lento e spesso più faticoso. Alcuni tratti costringono a muoversi con attenzione, seguendo sentieri naturali che attraversano gli appezzamenti. Pina li percorre con naturalezza, indicando alcune piante da frutto di cultivar antiche che resistono ancora su questi pendii. Non sono alberi facili da raggiungere. Ma sono parte della memoria agricola di questo territorio. E meritano di restare.

L’olio, primo linguaggio della terra irpina
In Irpinia l’olio extravergine di oliva non è semplicemente un prodotto agricolo. È una presenza costante nella vita quotidiana: nelle cucine di casa, nei frantoi, nelle raccolte autunnali che coinvolgono intere famiglie. Ancor di più in questa parte della Baronia, dove domina la DOP Irpinia – Colline dell’Ufita.
Pina lo sa bene, ed è da qui che ha iniziato il suo percorso.
La scelta è stata quella di lavorare su due monocultivar simbolo del territorio:
- Ravece, da cui nasce l’olio Eupleios, intenso e deciso
- Ogliarola, da cui prende forma l’olio Roccia, più delicato ma altrettanto identitario.
Due modi diversi di raccontare lo stesso paesaggio agricolo. Accanto a questi, quasi come una deviazione personale, c’è anche un olio extravergine aromatizzato al limone, uno di quei piccoli esperimenti che rivelano il desiderio di Pina di non restare confinata nel perimetro della tradizione più rigida.

La scommessa dello zafferano
Proprio sul piano della sperimentazione, la scelta più sorprendente è arrivata qualche anno fa. Pina ha deciso di piantare zafferano! In una zona dove gli uliveti disegnano il paesaggio da secoli, non è esattamente la coltivazione che ci si aspetterebbe. Quando me ne parla lo fa con una naturalezza quasi disarmante. «Il problema», racconta sorridendo, «è che lo zafferano si raccoglie nello stesso periodo delle olive». Il che significa che, per alcune settimane all’anno, il lavoro cambia completamente ritmo. La mattina si va negli uliveti. La notte si maneggiano i fiori di zafferano.
Un lavoro continuo che coinvolge tutta la famiglia. Ma proprio da quella scelta sono nati alcuni prodotti che oggi sono un tratto distintivo: zafferano in stimmi, miele allo zafferano, biscotti allo zafferano, fino a una tisana dedicata al crocus.
Piccole deviazioni agricole che raccontano una cosa semplice: anche nei territori più legati alla tradizione c’è sempre spazio per tentare qualcosa di nuovo.

Pane, olio e finocchi appena raccolti
A un certo punto la visita si sposta naturalmente verso la cucina del casale. Niente degustazioni costruite o scenografie gastronomiche. Pina porta a tavola quello che ha preparato e quello che il territorio offre: salumi locali, formaggi, verdure, qualche conserva. A un certo punto usciamo anche nei campi per raccogliere finocchi selvatici.
Pochi minuti dopo sono già in tavola. E poi arriva il gesto più semplice di tutti. Pane e olio. Il pane fragrante del mattino, tagliato al momento, e sopra un filo di extravergine. Un gesto elementare che nelle campagne irpine è sempre stato normale e che oggi, paradossalmente, sembra quasi una piccola scoperta.



Il tempo lento di chi lavora la terra
Prima di andare via, Pina da buona padrona di casa mi offre il caffè.
«Però con la moka», precisa con un sorriso. Come se dovesse giustificarsi. In realtà è il dettaglio perfetto per concludere una giornata così.
Perché la storia di Pina Longarella non è fatta di grandi dichiarazioni o gesti clamorosi. È fatta di tempo.
Tempo per attendere che la moka faccia il suo corso.
Tempo passato a seguire gli ulivi nei mesi della raccolta.
Tempo dedicato ai fiori viola dello zafferano nelle notti d’autunno.
Tempo speso a osservare una pianta, un campo, una stagione che cambia.
Tempo dedicato anche a chi, come me, era arrivato fin qui per cercare una storia d’Irpinia diversa — e l’ha trovata autentica e rivelatrice.
In un territorio dove spesso si parla di chi parte, quella di Pina è una storia che prende la direzione opposta. Ha deciso di restare. E mentre molte storie cercano di farsi notare, la sua cresce con discrezione, tra ulivi, pendii e filari di zafferano, aspettando semplicemente che il tempo faccia il suo lavoro.






