Il Palazzo della Dogana di Avellino torna a vivere. E non è soltanto la restituzione di un edificio alla città, ma il riemergere di una memoria collettiva che per troppo tempo è rimasta sospesa tra ricordi sbiaditi e impalcature.

Affacciata su Piazza Giovanni Amendola, la Dogana ha rappresentato per secoli un luogo centrale nella vita del capoluogo irpino. Era il baricentro della vita economica e sociale di Avellino, crocevia naturale di traffici, persone, relazioni. Da qui transitava il grano che dalla Puglia raggiungeva Napoli, e attorno a questo flusso si costruiva un mondo fatto di mercanti, contrattazioni, incontri. La piazza era organismo vivo, “spazio pubblico” nel senso più pieno del termine, in dialogo costante con la vicina Torre dell’Orologio, con l’obelisco del “Re abbrunzo”, la Fontana r’e tre cannuoli, il Duomo e soprattutto con l’antica viabilità che convergeva tutta in questo punto nevralgico della città (Porta Puglia era a due passi, così come l’unica strada che conduceva a Salerno).
La storia della Dogana di Avellino è anche storia di trasformazioni. Dopo la peste del 1656 fu la lungimiranza di Francesco Marino Caracciolo a immaginare per quest’area non più un semplice mercato ma un progetto urbano di respiro artistico. L’intuizione di affidarsi a Cosimo Fanzago cambiò il volto della Dogana, che da edificio funzionale divenne architettura monumentale, arricchita da statue, busti, simboli civici. Un luogo dove economia, arte e rappresentanza del potere convivevano in un equilibrio nuovo.

Questa capacità di adattarsi ai tempi è rimasta nel DNA della struttura. Nel Novecento la Dogana seppe reinventarsi ancora, accogliendo il Cinema Umberto e trasformandosi in spazio di socialità popolare, fatto di pellicole, attese, prime visioni, appuntamenti serali. Poi la ferita. L’incendio del 17 novembre 1992 lasciò in piedi soltanto la facciata, aprendo un vuoto fisico ma soprattutto emotivo nel cuore della città.

Per oltre trent’anni quel vuoto è rimasto lì, dapprima visibile, ingombrante, poi col passare degli anni, quasi un mostro davanti al quale in molti chiudevano gli occhi, quasi rassegnati all’idea che quel luogo fosse destinato a rimanere una ferita insanabile. Eppure, mentre cresceva la rassegnazione, una minoranza ostinata ha continuato a tenere accesa l’attenzione. Il lavoro del comitato “SALVIAMO LA DOGANA!” ha impedito che il silenzio calasse del tutto sul destino del monumento, rompendo inerzie amministrative e scetticismi diffusi (nonostante una cattiva predisposizione bipartisan di tutti gli interlocutori istituzionali interpellati). Se oggi possiamo parlare di rinascita, è anche grazie a questa perseveranza civica.

Ora che il monumento è pronto a tornare fruibile, l’emozione si mescola allo stupore. Il rifacimento può spiazzare: molti la ricordavano con cromie diverse, legate alla memoria personale. Ma la verità è che il valore più grande sta nel riaverla, nel restituirla allo sguardo quotidiano della comunità.
C’è curiosità, molta, per la sua nuova funzione. Ancora una volta la Dogana cambia pelle, adeguandosi alla contemporaneità: da luogo di mercato a sede per la definizione dei prezzi del grano, da opera d’arte barocca a cinema da inizio ‘900, fino a diventare oggi centro polifunzionale. Una traiettoria coerente, perché i contenitori urbani sopravvivono solo se riescono a dialogare con i bisogni del proprio tempo.

Resta la speranza che questo ritorno sia completo. Che possano tornare a vegliare sulla facciata le statue che un tempo la impreziosivano, restituendo pienamente l’impianto iconografico immaginato nel Seicento. Sarebbe il segno di una riconciliazione totale tra la città e uno dei suoi simboli più stratificati.
Per troppo tempo quel vuoto è stato un buco nero fatto di incuria e degrado, una macchia difficile da ignorare nel tessuto urbano (ma alla quale molti sembravano essersi assurdamente rassegnati). Oggi, tornando a splendere, la Dogana può diventare il punto di ripartenza dell’intera zona del Centro Storico. Un volano di orgoglio civico, prima ancora che di attrattività turistica.

Perché certe rinascite non riguardano soltanto i muri restaurati, ma la fiducia ritrovata di una comunità intera.





