Ciaschìno, la lingua segreta dell’Irpinia

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Carmine Cicinelli

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In Irpinia esisteva una lingua misteriosa, parlata da poche persone e quasi sconosciuta perfino agli irpini stessi

Un piccolo paese della Baronia custodiva uno dei più curiosi linguaggi segreti del Mezzogiorno. Si chiamava ciaschìno, un gergo segreto nato a Castel Baronia probabilmente tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Non un semplice dialetto locale, ma un vero codice linguistico costruito per comunicare senza essere capiti dagli estranei. Un fenomeno rarissimo, tanto da essere considerato uno degli esempi più particolari di gergo criptico popolare dell’Italia meridionale.

Quando i mercanti parlavano in codice

Secondo le ricostruzioni storiche più accreditate, il ciaschino nacque tra i mercanti di pettini in corno di Castel Baronia. Nell’Ottocento il paese era infatti un importante centro artigianale specializzato nella lavorazione del corno animale, al punto che il soprannome dei castellesi era proprio segacorne.

Un corno di bue

I pettini prodotti a Castel Baronia venivano venduti in molte aree del Regno di Napoli e perfino nello Stato Pontificio. Un documento della Società Economica di Principato Ultra del 1842 parla di “una produzione vastissima e di numerosi operai impegnati nel settore”.

I mercanti castellesi percorrevano centinaia di chilometri ogni anno per vendere i propri manufatti, entrando in contatto con realtà linguistiche molto diverse tra loro. Viaggiare, all’epoca, significava affrontare strade isolate, briganti, controlli e concorrenza. In questo contesto un codice condiviso poteva rappresentare un vantaggio concreto. Avere un linguaggio segreto poteva essere fondamentale per parlare di denaro, segnalare pericoli, evitare di essere capiti dagli estranei o, semplicemente, riconoscersi tra compaesani. Fu così che nacque il ciaschino.

Un linguaggio unico

Il ciaschino non aveva una grammatica autonoma. Era una rivoluzione del lessico. La struttura restava quella del dialetto irpino, ma moltissime parole venivano sostituite da termini inventati, metaforici o volutamente incomprensibili. Per esempio i soldi diventavano i “chiopi”, il carabiniere lo “sgarbio”, il parlare veniva detto “baccagliare”, guardare diventava “smicciare”. Forme totalmente arbitrarie, capaci di rendere il linguaggio praticamente indecifrabile a chi non apparteneva alla comunità. Ed era esattamente ciò che i castellesi volevano ottenere.

Per molti di questi termini è difficile, se non impossibile, ricostruire un’etimologia attendibile o individuare una logica precisa nella loro formazione. Qualche indizio in più emerge invece dalle parole onomatopeiche, quelle cioè che imitavano suoni o caratteristiche degli oggetti (“tip tap” indicava l’asino, “trup trup” l’agnello, “strisciante” il serpente).

Il ciaschino non rappresenta un fenomeno unico in senso assoluto. In Europa sono esistiti altri gerghi segreti popolari e professionali. Tuttavia il ciaschino è sicuramente uno dei più rari esempi documentati di gergo criptico popolare dell’Italia meridionale, uno dei pochissimi casi di linguaggio segreto legato ai mercanti ambulanti del Sud Italia, un fenomeno linguistico estremamente raro per radicamento territoriale e memoria popolare. Ed è proprio questo a renderlo straordinario.

La parlesia irpina

Per certi versi il ciaschino ricorda la ben più nota parlesia napoletana, il linguaggio segreto usato dai musicisti e dai posteggiatori partenopei tra Ottocento e Novecento. Anche la parlesia nasceva per comunicare in pubblico senza essere compresi: serviva a parlare di soldi, clienti, pericoli o situazioni delicate davanti agli altri. La usavano musicisti ambulanti, teatranti, venditori e ambienti popolari legati alla Napoli dei vicoli.

Immaginiamo due mercanti castellesi lungo una strada del Regno di Napoli. Davanti a loro un posto di controllo, poco più avanti altri venditori. Bastavano poche parole in ciaschino perché solo loro capissero di cosa si stesse parlando, come muoversi, cosa fare.

Il ciaschino sembra seguire la stessa logica sociale e culturale della parlesia, ma in un contesto completamente diverso: quello dei mercanti e degli artigiani della Baronia. Al punto da poterla quasi definire la “parlesia dell’Irpinia”.

Chi parla il ciaschino oggi?

Oggi il ciaschino è quasi estinto. Non esistono più parlanti fluenti nel senso moderno del termine. A Castel Baronia, però, sopravvivono ancora parole isolate e qualche modo di dire. Soprattutto nei ricordi tramandati dagli anziani riaffiorano ancora espressioni tipiche, confluite nel vernacolo castellese, a testimonianza della profonda impronta lasciata dal ciaschino nella memoria collettiva.

Fondamentali, in questo senso, sono alcune opere che hanno contribuito a preservare la memoria del ciaschino. “Fronza, ciaschì: situazioni e personaggi di vita quotidiana a Castel Baronia” di Michele Capodilupo è forse l’opera più completa, insieme a “Baronia: linguaggio, usi e costumi” di Giuseppe Iacoviello, contenente anche un piccolo glossario del ciaschino. Importanti sono stati anche gli studi e gli approfondimenti di Vittorio Caruso, che negli anni ha contribuito a mantenere viva la memoria del ciaschino.

Un patrimonio culturale da non perdere

Il ciaschino racconta un’Irpinia diversa da quella stereotipata e isolata che spesso si immagina. Racconta un territorio fatto di commerci, viaggi, artigiani, mercanti e relazioni con il resto del Mezzogiorno. Un mondo in cui perfino un piccolo paese come Castel Baronia poteva creare una propria lingua segreta. E forse è proprio questo l’aspetto più affascinante: sapere che, tra le colline dell’Irpinia, esisteva un codice comprensibile soltanto agli “iniziati”.

Oggi ne restano soltanto frammenti, ma bastano a ricordarci quanto la storia dell’Irpinia sia ancora ricca di angoli poco conosciuti e sorprendenti.