Ogni anno, il 28 aprile, a Castelvetere sul Calore si rinnova uno dei rituali più complessi e più intimi della tradizione popolare campana: la Festa del Pane Miracoloso dedicata alla Madonna delle Grazie.
Al centro ci sono migliaia di tortani benedetti, distribuiti porta a porta da bambine vestite d’oro, le spunziatrici, in un gesto che unisce devozione, memoria e identità.

Focalizzarsi tuttavia sulla sola immagine delle bambine dispensatrici significa cogliere solo la superficie di un evento che è molto di più. Perché quella che si consuma in poche ore per le case del paese è in realtà la fase finale di un rituale lungo oltre un mese, fatto di lavoro collettivo, gesti tramandati e relazioni che si rinsaldano. Un processo in cui ogni abitante — in modo spontaneo, senza copioni — trova il proprio ruolo.
È lì, molto prima del 28 aprile, che questa festa rivela il suo significato speciale. Perché a Castelvetere, la Festa del Pane Miracoloso è un organismo vivo. Respira per oltre un mese, coinvolge centinaia di persone, e soprattutto costruisce — giorno dopo giorno — un senso di comunità che va ben oltre la dimensione religiosa.
Ho avuto la fortuna di vivere i giorni finali della Festa del Pane Miracoloso di Castelvetere sul Calore. Ecco il mio racconto.
Un rituale millenario che parla ancora al presente
Si dice che tutto abbia origine attorno all’anno Mille, con il cosiddetto “miracolo della neve”: una nevicata improvvisa e localizzata, proprio il 28 aprile, indicò il luogo dove edificare la chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie. Da allora, il culto si è stratificato, fino a intrecciarsi — dal XVI secolo — con la tradizione della distribuzione del pane benedetto.
Ma più che l’origine, ciò che sorprende è la continuità: un rituale che da oltre mille anni si rinnova senza perdere la propria identità.

Un mese di lavoro condiviso: la festa comincia molto prima
A Castelvetere la festa non “arriva”, si costruisce. Già dalla fine di marzo, oltre centocinquanta persone si dedicano alla raccolta della legna. È fatica vera, fisica. Ma è anche uno dei primi momenti in cui emerge il tratto distintivo della festa: si lavora insieme e poi si mangia insieme.
Serve incamerare legna per dare vita a uno dei protagonisti silenziosi di questa festa, ossia il forno comune, con cui si dà inizio alla fase più lunga e forse più autentica: la panificazione.

Per due settimane, il forno comune — incastonato nel vicoletto adiacente il Municipio del paese — diventa il centro pulsante di Castelvetere. Per la produzione dei circa 55.000 tortani occorre tanto lavoro e una disciplina collettiva che le donne castelveteresi, vere protagoniste di questo rituale, riescono a mettere in pratica in modo davvero naturale.
Non ci sono turni, né gerarchie formali. Si entra nel vicolo, si scende qualche scalino, e si capisce subito cosa fare. Ognuno trova il proprio posto, spesso senza averlo mai deciso davvero.

C’è chi impasta, chi inforna, chi pulisce, chi organizza. E non sempre si è esperti in tutto: ci può essere per esempio chi non sa fare i tortani ma è fondamentale per l’infornata, oppure chi non sa impilarli ma è insostituibile nell’impasto. È una divisione spontanea dei ruoli, costruita nel tempo. Un rituale che azzera le differenze sociali e mette a tacere tutti i litigi e le incomprensioni.
Il periodo della panificazione è il più complesso e probabilmente il più faticoso. Le giornate iniziano presto — alle 4:30 del mattino, con la pulitura del forno — e si chiudono la sera, con l’ultima ammassata. Tra una fase e l’altra si mangia, si chiacchiera, si condividono storie. E si canta: un inno perpetuo alla Madonna, in quei rari momenti di pausa che intercalano quelli di lavoro. Si ammassa, si lascia riposare (si attende che il criscito faccia il suo dovere), poi la crescenza (l’impasto) riposa nelle martore (enormi contenitori di legno), prima di essere messi uno alla volta in forno.

Ogni infornata 350 tortani. 3 volte al giorno. Per due settimane. Senza sosta. È qui che la festa mostra il suo volto più vero: non spettacolare, ma profondamente umano.

Donne di tutte le età, gomito a gomito ad impastare in un rituale collettivo in cui si alternano i momenti di preghiera a doverose pause caffè. Dalla penultima ammassata, si ricavano i tortani (o pani miracolosi), degli anelli di pasta incisi in superficie e posti a riposare. Intanto, c’è chi pulisce il forno, chi spazza il pavimento, chi sposta le lunghe tavole di tortani che vanno a riposare, chi allestisce la parmessola (la pala) con i tortani da infornare, chi ripone gli strumenti al loro posto. C’è perfino l’addetta al rotaviello, il curioso strumento che aiuta i tortani, una volta colorati grazie all’opera del focarulo (un fuoco creato sull’uscio del forno), a finire nelle enormi ceste per raffreddare.

Questo tutti i giorni, dalla metà del mese fino all’infornata della mattina del 25 aprile, che utilizza la crescenza dell’ultima ammassata della sera precedente.
Intanto, nella chiesa di San Lorenzo, prende forma uno degli elementi più suggestivi dell’intera festa: l’altare di pane. I tortani vengono impilati con una maestria sorprendente, fino a creare una struttura che vede al centro una “M” realizzata con pani più colorati.

Tutti quei tortani, abbracciati l’uno all’altro, apparentemente in bilico ma nella realtà saldamente insieme, assomigliano molto ai castelveteresi, capaci di realizzare, aiutandosi l’un l’altro, un capolavoro di unione e di amore.

Un lavoro precisissimo e di responsabilità, realizzato in maniera segreta: nessuno può entrare a San Lorenzo e ammirare l’altare prima del 27 aprile!
24 aprile: il canto davanti alla porta chiusa
Proprio la sera del 24 aprile segna un passaggio delicato. Le ultime panificatrici, ancora con cuffietta e grembiule, si dirigono in processione verso la Chiesa della Madonna delle Grazie, nel cuore antico del paese.
La trovano chiusa. Eppure si fermano lì, sul sagrato, e iniziano a cantare. Canti antichi, sospesi tra supplica e ringraziamento. Tra questi, un verso ritorna come una promessa: “Statt’ buon Maronna mia, l’ann chi ben tornammo a venì”.
Non è solo una preghiera. È un patto, un auspicio, un atto di volontà forte.

25 aprile: la raccolta dei gigli
Il giorno dopo cambia lo scenario. Si sale sul Monte Tuoro per la raccolta dei gigli selvatici. Si raccolgono questi fiori profumati, destinati a decorare il piedistallo della Madonna. Anche qui il gesto è collettivo: si cammina insieme, si raccoglie, si torna. E anche qui appare evidente un connubio silenzioso e affascinante con la Vergine. Gli addetti alla raccolta dei gigli si recano ogni anno sempre nello stesso posto. Un luogo circoscritto e nascosto dove la montagna sembra partorire un’infinità di fiori pronti a essere raccolti per la festa.

Le spunziatrici: un rito di passaggio
Tra il 25 e il 26 aprile si entra in una dimensione più intima ma non privata: la vestizione delle dispensatrici. Bambine tra i 7 e i 10 anni, simbolo di candore, vengono vestite con abiti ricoperti d’oro. Le magnifiche vestine possono essere ereditate, confezionate appositamente, semplicemente acquistate. Non ci sono parametri per la realizzazione, basta la sobrietà e tanto spazio sul torace per la cucitura di un corpetto fatto tutto d’oro.

L’oro non appartiene alla famiglia. È prestato da tutta la comunità. Spesso arrivano addirittura richieste da forestieri devoti di prestare l’oro per la Madonna. La famiglia recupera l’oro e lo cataloga in maniera maniacale. Nulla si perde, tutto torna (è sempre stato così e sempre lo sarà).

Una volta numerato, ogni gioiello viene diviso per lunghezza, in modo da essere utile in determinate fasi della vestizione. La cucitura dura ore, anche 10 o 12.

La cucitura può durare anche dodici ore. Le sarte lavorano direttamente sul corpo della bambina, senza schemi. Un lavoro sartoriale, meticoloso, che non può essere effettuato su manichini, bensì esclusivamente modellando l’oro sulla corporatura della spunziatrice, che, in piedi ed immobile per il tempo necessario alla cucitura, sfoggia in questa fase una pazienza immane.
Un vero rito di iniziazione per le giovani protagoniste, che con la loro presenza incarnano il rinnovamento della miracolosa apparizione della Madonna.
27 aprile: l’intronizzazione e la benedizione
Il 27 aprile è il giorno dell’intronizzazione della Madonna. La statua della Vergine viene innalzata nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, su un piedistallo arricchito dal magnifico disegno formato dai bulbi di giglio, in cui si staglia una M rossa su un fondo bianco candido.
Nel pomeriggio arriva la benedizione dei pani. La chiesa di San Lorenzo viene aperta al pubblico, si svela l’altare, i tortani vengono benedetti. Tutto pronto per la distribuzione del giorno successivo.

28 aprile: la dispensa, il culmine del rituale
È il giorno più noto. La mattina la Chiesa della Madonna delle Grazie viene gremita per la funzione che investe le dispensatrici. Gran parte della popolazione, rimasta fuori dalla Chiesa, attende impaziente l’uscita delle bambine, ammirando la Madonna troneggiare accanto all’altare.
Le dispensatrici (19 quest’anno) sono in prima fila, col loro abito d’oro e l’intreccio di gioielli e nastrini che di buon mattino le madrine hanno confezionato attorno alle loro manine, annodandolo infine ai polsi.
Al termine della Messa, le spunziatrici lasciano la chiesa e vanno a prepararsi per guidare l’imponente processione. L’uscita dalla sagrestia è un momento magnifico, che segna la presentazione delle dispensatrici alla popolazione. Mi ha colpito molto vedere i volti seri delle bambine, esibiti durante la benedizione, lasciare il posto ad un meraviglioso sorriso, un mix di orgoglio e rilassamento.

Scortate da un numero cospicuo di Carabinieri e protette costantemente da una figura imprescindibile: il protettore dotato di bastone che veglierà sul cammino della bambina lungo il cammino.
Il percorso dura circa un’ora: dal centro storico alla Statale, su fino alla Chiesa di San Lorenzo, dove entrano per le foto di rito e dove riceveranno le ceste. Queste ultime vengono composte dai mast’ ‘e festa, figure imprescindibili per la organizzazione e la riuscita dell’intero evento. Solo loro possono toccare i pani: sono loro a metterli nelle ceste e, durante la dispensazione, a donarli dalle proprie mani ai cittadini castelveteresi.

È ormai ora di pranzo inoltrata. Le bambine ricevono le ceste che adagiano sulla testa come da tradizione. Escono da San Lorenzo e cominciano la dispensa dei pani miracolosi lungo le vie principali del nucleo abitato.

Ogni abitante di Castelvetere sul Calore attende impaziente la venuta delle dispensatrici. Molti attendono la distribuzione sull’uscio di casa. Arrivate a destinazione, i tortani vengono consegnati alla famiglia (in un numero che dipende dalla grandezza della stessa), con l’augurio costante ad ogni consegna che è poi il mantra dell’intero evento: “L’ann ch’ vene pur’” (ossia “Anche l’anno prossimo”).
Quando il percorso incontra un’abitazione dove vivono le spunziatrici, queste ultime hanno l’usanza di fermarsi per rifocillarsi e prendersi una doverosa pausa sul lungo percorso che le terrà impegnate fino al calare del sole.

29 aprile: “Nessuno deve restare senza pane…”
Il 28 aprile non si conclude la Festa del Pane miracoloso. Il giorno dopo la festa continua: le spunziatrici, senza l’abito solenne per questioni di praticità, raggiungono le campagne. È un passaggio fondamentale. Un tempo chi viveva fuori dal centro forniva il grano. Oggi riceve il pane benedetto. È un equilibrio che si rinnova. Una regola non scritta: nessun castelveterese deve restare senza il tortano.
Si pensa anche alle attività commerciali del paese, che ricevono un pane speciale, il Tortano di San Pietro, decisamente più grande di quelli usati per la distribuzione per le abitazioni.

Il vero miracolo
Si parla di pane miracoloso. E sì, al tortano vengono attribuite proprietà taumaturgiche. Ma il miracolo più evidente è un altro. È la capacità di questo rituale di tenere insieme una comunità intera. Il cuore della festa è la condivisione. Condivisione dell’oro, condivisione del pranzo da parte dei legnaioli, condivisione alla base della festa del 28 aprile. Non a caso la donazione del forno comune avvenne in origine proprio per fare in modo che nessuno rimanesse senza pane, dunque che i poveri potessero godere di quei tortani (che all’epoca erano invece dei panini, quando la fame serpeggiava tra la popolazione).
In un’epoca che spinge verso l’individualismo, Castelvetere sceglie ogni anno la direzione opposta.

Un’esperienza che va vissuta
Al termine di questi giorni intensi ho capito che ridurre tutto alla dispensa del 28 aprile significa perdere il senso profondo di questa tradizione. A Castelvetere, ogni fase conta allo stesso modo: la legna, il forno, i canti, i gigli, l’oro, l’altare, la distribuzione. È un sistema complesso, dove ogni gesto è necessario. E forse è proprio questo il motivo per cui continua a esistere, lasciando inalterata la volontà dei paesani di perpetuare questo rituale all’infinito.
Io ho provato a raccontarvela. Ma è un’esperienza che va vissuta. Perché il Pane Miracoloso di Castelvetere sul Calore non è solo una festa: è un’esperienza collettiva che si comprende davvero solo partecipandovi. Non a caso l’ospitalità dei castelveteresi, che mi hanno accolto a braccia aperte in tutti i luoghi della festa, mi ha semplicemente commosso.
Ecco perché voglio chiudere con il mio sentito ringraziamento a Gianluca, Rita, Francesca, Grazia e Alfonso per avermi supportato e guidato in una delle avventure spirituali più intense che si possano vivere in Irpinia.





