La passione che resiste

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Carmine Cicinelli

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Il mio reportage a Vallata, in occasione del Venerdì Santo

Per la Chiesa Cattolica, il Venerdì che precede la Pasqua è il giorno della morte di Gesù. In Irpinia si tiene uno dei riti più antichi e suggestivi dell’intero Mezzogiorno d’Italia: il Venerdì Santo di Vallata. Una sacra rappresentazione popolare itinerante che si ripete ininterrottamente dal 1541, da quando cioè la comunità locale si convertì al Cristianesimo.

Le operazioni cominciano prestissimo al mattino, con il rituale della vestizione. I costumi, abiti storici tramandati di padre in figlio, non sono certamente semplici da indossare, ma ciò che richiede così tanto tempo è la meticolosa organizzazione dei partecipanti (ad oggi oltre 200 figuranti).

Un tempo la processione del Venerdì Santo era addirittura l’occasione per alcune famiglie vallatesi di presentare la prole alla comunità. La prima partecipazione all’evento del ragazzo era come un’entrata in società, la vestizione rappresentava invece l’investitura di uno specifico ruolo nella comunità vallatese.

Quest’ultimo dettaglio la dice lunga sull’importanza di questa tradizione per Vallata. Al punto che ho deciso di andare a vivere quest’emozionante tradizione in prima persona, avvalendomi del supporto degli amici Angelo e Giovanni.

Angelo Giranda e Giovanni Nufrio: i miei ganci vallatesi

Arrivato nel centro del paese, gremito fin dal primo mattino di migliaia di persone provenienti da tutta Italia, guadagno la mia posizione: privilegiata sul piano logistico, ma incapace di ripararmi dai 3 gradi di temperatura che caratterizzano questo gelido mattino d’aprile.

D’altronde siamo a 870 m. sul livello del mare e quando fa freddo qui non si scherza. Ma la comunità è abituata. Anche oggi, nonostante il freddo, la minaccia di pioggia e un vento che taglia letteralmente in due, gli organizzatori rassicurano che l’evento si terrà. Mai, nei 485 anni di storia del Venerdì Santo di Vallata, le intemperie hanno fermato i vallatesi nella rievocazione di questa rappresentazione.

Soltanto i terremoti, due pestilenze e qualche evento catastrofico sono stati capaci di rallentare l’incedere di questa manifestazione di fede. In tutte le altre condizioni, i vallatesi hanno fatto squadra, si sono riuniti ed hanno dimostrato la loro devozione. Sempre, ogni anno, dal 1541.

L’evento

A metà mattinata, la Chiesa dedicata a San Bartolomeo diventa il punto d’incontro degli oltre 200 figuranti, che si danno appuntamento presso la Chiesa Madre. La trasformazione di molti giovani e giovanissimi in soldati romani (guidati come al solito da figure più esperte) è il segno che tutto è pronto. Ogni protagonista brandisce lance e lanterne, littori e vessilli. Chi deve imbraccia i misteri, con gesti lenti e consapevoli. Qualcuno saluta i suoi bambini con le ultime raccomandazioni.

Alle 11 la rappresentazione inizia. Le due file di figuranti si fanno strada, riversandosi lungo le strade del centro storico. Si dispongono sui lati di via Giovanni XXIII, scendendo fino a Piazza Garibaldi. Risaliranno successivamente sulla direttrice parallela, per tornare a pomeriggio inoltrato al punto di partenza.

Noto fin da subito l’importanza conferita alla rievocazione. Tutti, perfino i bambini, non sfilano semplicemente, ma è come se entrassero in un ruolo. Tutti o quasi gli adulti portano la barba, rendendo ancora più verosimile l’interpretazione.

I volti si tingono delle emozioni più autentiche. Ogni corpo si trasforma, lasciandosi andare ad una teatralità che non è semplice interpretazione. Il tutto rafforzato dalla capacità di ricreare un contesto molto aderente al racconto evangelico.

Il freddo, che da giorni sferza questa porzione d’Irpinia intanto si è fatto ancora più duro. La pioggia, che minacciava fin dal primo mattino, bagna la processione, riversandosi impietosa sui generosi figuranti, vestiti con pochi indumenti. Le cosce nude, le braccia scoperte, i capi ornati con pochi orpelli subiscono il clima rigido. Nemmeno le maestose armature indossate da qualcuno possono contrastare il vento gelido e la fastidiosa pioggia, che intanto cade obliqua arrivando impietosa sul viso ed increspando ulteriormente il volto già cupo dei figuranti.

L’impressione è che il rituale sia messo in scena in maniera estremamente sincera, non per affascinare il pubblico, ma per onorare al meglio la tradizione, una versione della Passione di Cristo non completamente modernizzata o turistica.

La processione avanza seguendo “la cadenza”: il ritmo sincopato, reiterato ed angosciante, che asseconda il suono dei tamburi che si alterna a quello della tromba, coinvolgendo i protagonisti in una specie di danza lenta, mistica.

Il feretro del Cristo Morto

Le fila di soldati, disposti sui due lati della strada, sono intervallate periodicamente dai misteri, che sfilano al centro. Chiodi, flagelli, tele (tra cui l’antichissimo arazzo seicentesco che rappresenta il Gonfalone della morte). I simboli laici (stendardi, aquila, gonfaloni) si alternano a quelli religiosi, fino ad una conclusione della processione che accoglie il feretro del Cristo Morto e, subito dietro, la commovente statua della Madonna Addolorata, circondata da bambine e giovanissime ragazze (le uniche donne dell’intero corteo) bardate a lutto. In fondo, la banda musicale di Pannarano, a chiudere l’imponente corteo.

La Madonna Addolorata

La rievocazione del Venerdì Santo ha un’iconica anteprima la sera precedente. Illuminata dalle sole torce sfila per le vie del paese la Processione aux flambeaux, con cui si mette in scena la cattura, la condanna e la flagellazione di Cristo. Subito dopo la messa vespertina e la lavanda dei piedi, che ricorda l’Ultima Cena.

Due cantori

Durante la processione del Venerdì Santo vengono cantati i versi della “Passione di Gesù Cristo” di Pietro Metastasio. Tramandati per secoli oralmente, hanno subìto perciò una trasformazione attraverso storpiature e infarciture dialettali nel testo originario, tramutando la cantata in un testo difficilmente comprensibile, e per questo unico. A declamarlo sono i cantori. Oggi sono tre (col tempo il loro numero è calato vertiginosamente), sparsi lungo il corteo. Declamano con voce stentorea i versi dell’oratorio del Metastasio, squarciando il silenzio che caratterizza l’incedere cadenzato dei figuranti.

E proprio in quel contrasto — tra il fragore dei tamburi e il vuoto improvviso che li segue, tra la pioggia che cade e le voci che si alzano — emergono inattese punte di lirismo. Il Venerdì Santo di Vallata non è solo una rievocazione: è una comunità che si racconta, che resiste, che si riconosce.

Il tempo sembra sospendersi, il presente si piega al passato, e per qualche ora Vallata non mette in scena la Passione di Cristo: la vive. E chi guarda, anche solo per un istante, smette di essere spettatore e diventa parte di quel rito antico, duro, ostinato. Come il vento che lo attraversa. Come la fede che, da quasi cinque secoli, non si spegne.