L’Irpinia svelata: Lioni

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Carmine Cicinelli

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Lioni è un paese dell’Alta Irpinia. Non un tipico paese dal borgo incastonato, il castello come prima attrazione e un’anima rurale a sostenere l’economia. Lioni è diversa. E anche in questo caso c’entra il terremoto!

Per approfondire i temi di questa cittadina decido di dedicarle un viaggio, l’ennesima tappa de “L’Irpinia svelata”. Si tratta, lo ricordo sempre, di un format in cui decido di visitare (in un giorno qualunque) uno dei comuni della provincia di Avellino; nessun accordo preventivo coi locals, solo uno studio teorico per programmare al meglio una passeggiata nei luoghi più identificativi.

La mia visita a Lioni capita in un soleggiato mercoledì di Novembre. Di buon mattino parto optando per la strada più veloce, l’Ofantina nuova. All’arrivo lambisco in auto uno dei posti più iconici del paese: la grande area commerciale. Iconico non perché sia un’attrazione cardine, ma perché – e al termine di questo viaggio lo capirò bene – è un simbolo della Lioni odierna, una cittadina vissuta, organizzata, pulita.

La prima tappa annotata sui miei appunti è la Chiesa di San Bernardino. Una chiesa dal volto moderno, posta in uno dei crocevia di accesso al paese. È chiusa, perché gli eventi si concentrano attorno al 20 maggio (giorno dei festeggiamenti per il santo di cui porta il nome). Colgo l’occasione per scambiare qualche chiacchiera con Angelo, un signore espansivo e con gli occhi che sorridono, seduto sulla panchina che dà sulla facciata principale. Parliamo insieme di quanto Lioni sia cambiata. O meglio di come sia stata costretta a cambiare, per colpa del terremoto. Me la descrive come una moderna Fenice, capace di rinascere dalle sue ceneri (con forza ed orgoglio, aggiungerei).

Nonostante Angelo si prodighi per cercare qualcuno che possa aprirmi la chiesa – che custodisce una statua lignea del santo, una in cartapesta di Santa Rita, un tabernacolo in marmo e altre opere – lo saluto e lo ringrazio. Il mio viaggio oggi è davvero lungo.

San Bernardino, con Angelo a presidiare…

La seconda tappa è la Chiesa di Sant’Antonio. Anche qui posso ammirarne gli esterni, compreso il vecchio cartello d’epoca che riporta i dati principali del Paese. A detta dei commercianti della zona vale la pena visitarla attorno al 13 giugno, quando si anima per la festività del Santo. Due chiese, due appuntamenti in agenda!

Poco distante si apre la Fontana Vecchia, dall’aspetto moderno, ma dal cuore antico: fino al 1925 ha infatti dissetato la popolazione, ma è anche servita come agorà, fulcro di relazioni e incontri. Si tratta di un’opera che custodisce all’interno delle grotte (ancora oggi visibili, seppur sbirciando attraverso le grate), cunicoli artificiali che convogliano l’acqua in una vasca usata anche come lavanderia ed abbeveratoio. Un luogo insomma fondamentale per la comunità, oggi diventato memoriale urbano.

La fontana vecchia

Raggiungo, ancora in auto (il territorio urbano è piuttosto vasto rispetto alla media dei paesi irpini), la zona del Municipio. Qui mi accoglie uno dei simboli del paese, il Leone in pietra, ornamento di un’antica tomba romana. Posto in bella vista davanti al Palazzo di città testimonia delle origini antiche dell’abitato, della centralità di questa zona e suggerisce qualcosa anche sulla toponomia. A proposito, per approfondire la storia di Lioni vi consiglio di contattare l’attivissima Pro Loco, magari (un’anteprima di quello che vi attende si trova qui).

Parcheggiata agevolmente l’auto, un caffè al volo nell’elegante bar difronte al comune, e poi via verso una delle attrazioni che mi incuriosiva di più: la Torricella. È una porzione dell’antica cinta muraria, in una posizione strategica dalla quale sembra dare il benvenuto ai visitatori. La conformazione tondeggiante sembra incarnare alla perfezione la proverbiale ospitalità del popolo d’Irpinia.

La Torricella

Risalgo e mi dirigo verso la Chiesa Madre. A fare gli onori di casa è il suo meraviglioso campanile trecentesco. A questo edificio è capitata una sorte comune a molti altri monumenti del circondario. È crollata l’ultima volta nel 1980, sotto la sferzata tremenda del terremoto del 23 novembre. Ma il campanile no. Il campanile ha retto, così come ha retto agli urti, non meno violenti, del precedente sisma del 1694 e di tutti gli altri. Ecco perché anche questa attrazione è considerata dai lionesi un simbolo. Certamente di resilienza. È adiacente ma non accorpato direttamente alla Chiesa di Santa Maria Assunta. Quest’ultima è davvero interessante, specie nei suoi interni. La navata centrale svetta più alta delle due laterali, dove insistono alcune splendide opere (mi ha colpito molto la statua di San Michele e il diavolo), ma anche il bassorilievo all’ingresso (opera di Giovanni da Nola). Sulle pareti, dove ha attirato la mia attenzione anche un originale croce in legno, è interessante notare qualche decorazione che rimanda all’impianto originale della chiesa.

Girato l’angolo, punto verso il Santuario di San Rocco, sull’incredibile piazza: incredibile per dimensioni e per l’originalità della forma… Prima però non posso non notare la Croce Giurisdizionale, monumento simbolo della Lioni che fu. Nonostante riporti la data del 2016 (anno in cui è stata collocata definitivamente in questo posto), è una realizzazione della Universitatis lionese (la comunità civica dell’epoca) datata 1588. Con essa si stabiliva il confine tra centro urbano e area periferica di campagna (e questo per le tasse faceva tutta la differenza del mondo!).

Mi avvio verso il Santuario di San Rocco, un’opera architettonica molto peculiare, di impronta moderna, affiancata ad un convento Francescano ancora attivo. Talmente peculiare da essere rappresentata in tutte le cartoline di Lioni che si rispettino: per intenderci qualsiasi servizio giornalistico o qualsiasi turista, nel presentare il paese, comincia da qui. Della struttura originale rimane poco, in quanto demolita a seguito del “terremoto dell’Irpinia”; tra questi elementi è di spicco l’antico portale di ingresso, veramente spettacolare. Entrando colpisce subito la volta del soffitto, che si sviluppa sull’enorme mole interna (circolare) in cui spicca, a sinistra dell’altare, la statua del Santo Protettore di Lioni. Grande curiosità anche per la cappellina laterale, ricavata nel perimetro della Chiesa, molto suggestiva per i colori e la conformazione, che sembra voler celebrare, attraverso il simbolo del pane, anche l’importanza del grano.

Il Santuario di San Rocco

Lasciata la chiesa, la mia attenzione si sposta al Parco della Memoria, uno spazio verde che si apre dal centro cittadino, alle spalle dell’anfiteatro, verso la zona di Fiego. Il parco è dedicato allo svago ma soprattutto memoria del grande sisma del 23 novembre 1980. Un modo di fermare il tempo del pre-terremoto, per sempre. Uno scorcio di casa crollata, un vecchio vagone ferroviario, e soprattutto la rappresentazione di un orologio da parete fermo alle 19:32, l’ora in cui tutto cambiò. Il silenzio che avvolge questo luogo, così intriso di significati, è un’esperienza che non dimenticherò.

Attraverso l’area urbana, direzione METMuseo etnografico territoriale (chiuso per lavori). Passeggiando per il centro, Lioni appare vivace, moderna. Un microcosmo pullulante, che sembra non avvertire lo spopolamento dei paesi limitrofi. I caseggiati moderni, che richiamano una certa coerenza architettonica, sono spesso e volentieri puntellati dei tipici porticati che ospitano attività commerciali in continuo fermento. Non è difficile trovare un passante, specie in questa zona del paese, a cui chiedere indicazioni o scambiare un parere. Simbolo di una proiezione verso il futuro sono i numerosi murales che si incontrano ovunque. Firmati da street artist locali, ma anche da artisti di vasta fama, come Millo, le opere artistiche di Lioni costellano con precisione l’area urbana, ma anche le periferie, riportando alla luce anche molti ricordi del passato e celebrando personaggi della Lioni di un tempo.

Ultima tappa in centro è la Chiesa dell’Annunziata. Un’antica costruzione incastonata tra le abitazioni a cui fa da contraltare l’arco omonimo, passaggio pedonale e automobilistico su Corso Umberto I. Le pareti della caratteristica galleria sono decorate dall’effige di una sposa. Il riferimento è all’antico rituale propiziatorio per cui gli sposi che attraversano l’arco in abito nuziale avranno le migliori fortune nella vita di coppia. Un gesto antico fissato per sempre da un murale moderno. L’importanza dell’arco è davvero evidente per Lioni: oggi luogo di snodo viario e di rituali, ammantato da un tocco di arte, ieri luogo di proclamazione di San Rocco, prima ancora ingresso al paese attraverso la cinta muraria.

Riprendo l’auto e mi dirigo a Sud del paese, nella zona che guarda al Monte Calvello. La destinazione è la zona della Saponaria, ma non posso non fare una sosta alla stazione ferroviaria del paese. Sono attratto dall’immancabile murales sulla facciata principale, ma anche da alcune carrozze ferme. Sono tre vecchi carri merci, di un colore rosso intenso, in esposizione permanente, a testimonianza dell’importanza che da sempre la stazione di Lioni ha rappresentato sul tratto Avellino – Rocchetta Sant’Antonio (raro, se non unico, esempio di stazione nel centro cittadino).

Proseguo verso il Parco della Saponaria, un luogo che mi ha davvero sorpreso. Si tratta di un piccolo complesso a ridosso della zona ferroviaria, spostato verso le campagne circostanti. Un luogo che è un concentrato di emozioni. Mi colpisce il cartello che presenta il parco, con una semplice scritta ed una foto della cicogna nera. “Che carini – ho pensato – per far vedere come è fatto un esemplare hanno persino creato un’installazione in mezzo ai campi”. Il riferimento è ad una grossa sagoma nera, immobile tra due banchi di terra, in mezzo alla vegetazione. Vado per avvicinarmi e all’improvviso la sagoma schiude le enormi ali e si allontana. È davvero una cicogna nera! Che in questa zona d’Irpinia viene a nidificare. Un’esperienza emozionante, che non mi aspettavo di vivere, e perciò ancora più sorprendente.

Il cartello che introduce al percorso – Con la cicogna sullo sfondo

Accanto alla passeggiata – un lungo percorso che lambisce l’Ofanto con un corrimano in legno – c’è uno scorcio dominato dalla Chiesa del Carmine, poco più di una cappelletta privata, donata da alcuni emigrati lionesi, che si incastona a perfezione con il piccolo ma grazioso ponticello. Uno scorcio da cartolina!

Prima di lasciare Lioni una piccola capatina nella zona di Santa Maria del Piano, con la Chiesa rurale dedicata a Santa Maria delle Grazie, in un’area che guarda al Monte Calvello. Chiusa anche questa. Come inaccessibili sono altre due importantissime tappe in zona: la maestosa Cascata di Brovesao e il Monte Oppido, con la famosa area archeologica. Parlando con l’amministrazione, mi assicurano che si stanno adoperando per rendere fruibili entrambe questa attrazioni, inaccessibili per motivi di sicurezza. Peccato perché insieme a quanto visto, e considerato il museo e l’interno delle chiese ancora da scoprire, direi che Lioni è l’ennesimo capolavoro misconosciuto ai più. Una tappa ideale de “L’Irpinia svelata”.

Lioni è un luogo che non si concede a chi cerca solo l’immagine da cartolina: va vissuta, attraversata, capita. È una comunità ricostruita più volte, eppure sempre capace di guardare avanti con una forza rara. Camminare tra le sue chiese moderne che custodiscono radici antiche, lungo le vie animate e i parchi che ricordano senza paura il passato, è un’esperienza che lascia qualcosa dentro.
Lioni non è un paese da osservare: è un paese che ti accoglie, ti racconta, ti accompagna. Un tassello fondamentale dell’Irpinia che cambia e resiste, che ricorda e cresce. Ed è proprio in questa sua duplice anima — ferita e resiliente, umile e sorprendente — che risiede la sua più autentica bellezza.

Cicogna in volo – Foto brutta, ma esperienza meravigliosa