A 80 anni da quel tremendo giorno

Carmine Cicinelli

Carmine Cicinelli

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Esattamente 80 anni fa iniziarono i bombardamenti che hanno cambiato per sempre la storia della città di Avellino. Era il 14 settembre del 1943 e la città si apprestava a vivere una delle pagine più emblematiche della sua storia, ancora oggi ricordata in manifestazioni e celebrazioni, ma soprattutto nei tanti monumenti cittadini

14 settembre 1943. La Seconda Guerra Mondiale per il Regno d’Italia si è appena conclusa. L’armistizio dell’8 settembre ha di fatto messo fine alle ostilità, perché l’Italia, alleata della Germania, si è arresa alle forze alleate capitanate dagli Stati Uniti. Eppure sul territorio la situazione non è ben definita, tra ordini poco chiari e notizie frammentarie.

Quel 14 settembre per Avellino inizia come un giorno normale. Ngopp’o Carmine si tiene l’usuale mercato del martedì, con la solita massiccia affluenza. La fame e la miseria hanno provato duramente la popolazione del capoluogo, che tra mille stenti prova però orgogliosamente a tirare avanti. La guerra per la città di Avellino fino ad allora si riduceva a lettere dal fronte e notizie alimentate dal passaparola, pur concretizzandosi in una forte, fortissima miseria. Tale quadro, con l’armistizio, non poteva che migliorare. Così almeno sembrava. Ma la situazione era ben altra. Perché qualche giorno prima, il 9 settembre, sulla costa salernitana sono sbarcati gli americani alla ricerca dei nazisti, spostando di fatto il conflitto in questa zona della Campania.

Foto dei bombardamenti su Avellino dall’archivio dell’Aeronautica Britannica

Tornando a quella mattina, alle 10:50 nel centro città irrompe il potente frastuono degli aeroplani. In molti pensano che siano diretti altrove, come spesso accaduto durante i tre anni precedenti. Anche perché nessuna sirena ha suonato. Ma stavolta quelle bombe sono per Avellino! Il mercato rionale e tanti altri punti della città sono presi di mira da un fitto bombardamento. Sono i B-26 degli americani. I tedeschi di stanza ad Avellino oppongono una flebile resistenza a suon di mitragliatrici. In poche ore i 36 bimotore alleati sganciano le bombe, ritornando sull’obiettivo altre tre volte in quella giornata e poi nei giorni successivi, per una interminabile settimana.

Al termine del bombardamento Avellino ne esce devastata. Quasi 3000 morti, tutti riversi per le strade e i principali luoghi simbolo, come il Palazzo del Vescovo, il Seminario, il Carcere borbonico, perfino le scuole di Via de Concilii, seriamente danneggiati. Le zone principalmente colpite sono Largo Triggio, Piazza Libertà, Piazza del Popolo e il Viale dei Platani, ma soprattutto il Ponte della Ferriera. Quest’ultimo probabilmente è il principale obiettivo dei bombardamenti, in quanto passaggio obbligato verso la provincia di Salerno. L’intenzione degli alleati è infatti quella di bloccare l’avanzata di una divisione corazzata tedesca proveniente dalla Puglia e diretta nel salernitano, con l’obiettivo di rimpinguare l’esercito nazista. I tedeschi infatti evitano di passare lungo la direttrice Napoli-Battipaglia per evitare di esporsi al tiro degli alleati. Passare per le vie interne è l’obiettivo e il Ponte della Ferriera è la strada più affidabile (oltre che l’unica all’epoca) per raggiungere Salerno.

Lo strategico Ponte della Ferriera

Ecco perché arrivano le bombe amiche sulla città di Avellino, che dovevano colpire un ponte e stanare i tedeschi, finendo invece per decimare la popolazione (si calcola che in quella settimana morì un avellinese su 8). Come se non bastasse, a quest’ondata di morte e devastazione seguono i saccheggi dei tedeschi, che trafugano danaro dalle banche e svaligiano gioiellerie, profanando anche l’integrità di Villa Amendola. Per concludere, le immancabili, ignobili razzie degli sciacalli.

Qualche anno dopo, l’8 luglio del ’59, alla cittadinanza di Avellino viene conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile per la città, per volontà del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. Nella motivazione si legge ”Con animo fierissimo sopportò senza mai piegare numerosi bombardamenti aerei che causavano la perdita della maggior parte del suo patrimonio edilizio e la morte di 3000 cittadini. La popolazione tutta si prodigò con generosità ed amore encomiabile per la cura dei feriti, degli orfani, dei senza tetto”.

In quei momenti tremendi, concitati e pregni di dolore, infatti, nonostante gran parte della cittadinanza si rifugi nelle campagne limitrofe (Contrada Chiaira, Contrada Bagnoli, Vasto Capozzi), un nugolo di eroi coraggiosi decide di rimanere all’erta, di vegliare al capezzale della città moribonda. C’è chi si prende cura dei moltissimi feriti portandoli all’Ospedale di Via dei sette dolori (ammassati su carretti di fortuna, talvolta addirittura in braccio), chi continua a produrre pane da regalare alla popolazione, chi scava senza sosta per cercare superstiti sotto le macerie. E chi, come il dottor Domenico Laudicina, trapanese di passaggio ad Avellino, grazie all’ausilio del preside dell’Istituto Agrario Lorenzo Ferrante (che gli fornisce i vani e le attrezzature necessarie), improvvisa un ospedale nei locali dell’Agrario e del Convitto, integrando l’opera del nosocomio cittadino, ormai saturo. E chi ancora trova il coraggio per ammassare e bruciare le carcasse di uomini ed animali, dati alle fiamme per evitare il diffondersi di qualsiasi epidemia.

A 80 anni di distanza dal bombardamento di Avellino del Settembre 1943 sono tante le iniziative in ricordo di quei terribili eventi. Ma ancor di più, ogni giorno, quella tragedia ce la rammentano i monumenti, che fanno parte del patrimonio artistico, ma soprattutto in questo caso storico e sociale della città di Avellino. La lapide presso la Chiesa di Sant’Anna (omaggiata dal presidente Saragat nel 1967) dedicata proprio ai bombardamenti e, a pochi passi, il monumento ai caduti con lapide commemorativa a Piazza del Popolo sono le principali testimonianze che ricordano quei giorni. Da menzionare il murale della Pace, la straordinaria opera di Ettore De Concilii e Rocco Falciano nella Chiesa di San Francesco alla Ferrovia, che nella parte destra raffigura i bombardamenti, ma i fori di proiettile presenti nel caseggiato di via Malta, nei pressi della Chiesa del Rosario, che ricordano in maniera ancora più angustiante i luoghi di battaglia del settembre ’43.

Fermarci a contemplare ogni tanto queste testimonianze è un atto dovuto alle vittime e a quegli eroici avellinesi che sopravvissero alle bombe e trovarono la forza per chiudere quelle incresciose vicende e aiutare la città a voltare pagina.

Questo racconto vuole essere solo un ricordo, una personale celebrazione di un momento epocale per Avellino, paragonabile, per portata, soltanto al terremoto del 23 novembre 1980. Per approfondire il tema del bombardamento di Avellino mi sento di suggerirvi gli articoli di Antonio Di Nunno e i saggi del compianto Andrea Massaro con cui poter approfondire una delle pagine più dolorose della storia del capoluogo irpino.